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Daevid Allen, Brainville 3, 05.04.2008, Taranto, Nautilus (Giuseppe Basile © Geophonìe)

Daevid Allen, classe 1938, militante di lusso di quel radical-progressive che lo rese celebre fondatore di formazioni rock leggendarie degli anni 70 come i SOFT MACHINE e i GONG, è ancora in attività e gira il mondo con Hugh Hopper e Chris Cutler con i quali ha formato i BRAINVILLE 3, ennesima mutazione genetica di una carriera quarantennale perennemente condotta oltre gli schemi dell’arte musicale ortodossa.

Brainville 3 (Immagine Promozionale)La band è a Taranto per un concerto-evento che sale subito all’attenzione delle cronache regionali. Unica data in Puglia: gli appassionati del progressive d’annata sono tutti lì, sulla terrazza panoramica del Ristorante Nautilus, sul Lungomare della città jonica, a sfidare il freddo e un inatteso vento primaverile.
Definirlo “concerto-evento” può a qualcuno apparire eccessivo: i Brainville 3, in fondo, sono poco conosciuti in Italia e non hanno mai suonato da noi, pur essendosi formati già da un decennio. Leggere ancora quei nomi sulle locandine degli spettacoli può far pensare a una “band revival”. E del resto, la stessa proposta di realizzare una serata a Taranto – caso più unico che raro, formulata dall’agenzia musicale del gruppo, anziché sollecitata da noi – è un segno, forse, che la band non gira proprio con estrema facilità.

Gli addetti ai lavori però fanno presto a dipanare i dubbi e i timori da cui è affetta la nostra vita di provincia: è sufficiente rileggere i capitoli salienti della vita di questi personaggi (anche solo su Wikipedia) e le cronache attuali, riprendere in mano solo per un attimo quei dischi epici, ripercorrerli, e passare in rassegna le recenti partecipazioni stratosferiche a festival di alta cultura internazionale per fugare ogni esitazione e accettare il rischio. I Brainville 3, reduci dal Canterbury Festival, dallo Zappa Club di Tel Aviv, dal Festival Tritonales di Parigi, dalla manifestazione Musique Innovatrices di St. Etienne, continuano a percorrere le strade futuristiche della musica mescolando free jazz, psichedelìa, art rock e noise, dal Festival The Beat Goes On di Berlino sino all’Ospedale Psichiatrico Paolo Pini di Milano. Tournee giapponesi e partecipazioni ad eventi newyorkesi. Roba da matti, da far venire i brividi.

Henry Cow

Gli Henry Cow a Taranto nel 1976, Villa Peripato. Nel riquadro a sinistra il sassofonista Tim Hodgkinson. A destra il batterista Chris Cutler (Marcello Nitti © Archivio Geophonìe)

Non si può perdere, dunque, un’occasione così. Far calcare il suono jonico agli amici di William S. Burroughs, di Robert Wyatt e tanti altri giganti del secolo è un evento da realizzare oggi o mai più. Solo Chris Cutler in passato aveva onorato Taranto col suo passaggio, per due volte: nel 1975 allo Stadio Comunale, e nel 1976 alla Villa Peripato di Taranto. Tenne due concerti che ancor oggi molti ricordano con i suoi HENRY COW, la band che apriva il catalogo di una Virgin appena costituita (il primo disco del catalogo era “Tubular Bells” di Mike Oldfield, il secondo “Leg End” degli Henry Cow : avanguardia assoluta, capolavoro dimenticato che fotografa un’epoca di sperimentazioni socio-musicali ormai lontane anni luce dal nostro quotidiano. Dopo quell’esordio caotico e dadaista questo batterista unico al mondo ha proseguito in una carriera silenziosa e gloriosa, agli antipodi di tutto e trasversale a ogni fermento, da Canterbury sino agli americani Pere Ubu di cui ha fatto parte. Carriere radicali, sempre sul baratro, sul filo sottile che divide la gloria dal dimenticatoio e dagli stenti. Eppure sempre volte a sfidare i limiti, sonori e sociali, e forse anche personali, quelli che pongono in gioco la stessa sopravvivenza e i destini.

Leggere che Hugh Hopper ha composto diversi brani per Syd Barrett (nel disco “The Madcap Laughs” del 70) e che continua ad incidere fra Giappone, Europa e States (anche con i Soft Works, ultima evoluzione dei Soft Machine), o rileggere le avventure di Daevid Allen tra la contestazione del maggio parigino del 68 in veste di agitatore beatnik, le fughe all’isola di Maiorca e le esperienze anarchiche nelle comuni della campagna francese, fa pensare a un incontro mistico tra la nostra vita di provincia e i valori senza confini di queste personalità, così unilaterali e così totali.

L’organizzazione jonica, dunque, si mette al lavoro. Ciro Merode di Artèsia e Marcello Nitti di Geophonìe si dedicano per diversi giorni al progetto. E’ difficile spiegare certi stati d’animo a chi è abituato a frequentare i concerti con la stessa semplicità e naturalezza con cui accede alle sale cinematografiche o ai teatri, a chi ritiene normale fruire di una variegata offerta di spettacolo. Quando un evento lo si realizza in provincia la tensione è diversa: non è come nelle città culturalmente affermate, come nelle grandi aree metropolitane che non hanno nulla da dimostrare. Una serata musicale fallita a Milano, a Parma, a Verona, non crea sensi di colpa. Nelle province affamate di eventi, invece, in un modo tutto speciale si avverte il peso della ‘responsabilità’. Se qualcosa non va per il verso giusto “è colpa tua”, ci si sente responsabili persino della pioggia. Se gli Who suonano all’Arena di Verona sotto un uragano è normale. Accade persino che qualche giornalista della stampa specializzata indichi la serata come uno degli eventi dell’anno, pur a dispetto di migliaia di persone che lasciano gli spalti imprecando. Ma l’Arena è l’Arena, prendersi la pioggia in testa può sembrare chic.

BRAINVILLE 3, TARANTO 05.04.08 024Noi invece bombardiamo di mail e fax le agenzie musicali per ottenere una data dei nostri eroi (… si, perché noi rincorriamo solo gli artisti che davvero amiamo, il business non fa parte del nostro DNA) ; Ci sentiamo a disagio nell’organizzare l’evento in un ristorante all’aperto, che per quanto bello sia mai riuscirà a mitigare la nostra frustrazione per essere cittadini di una città orfana di un auditorio o di un teatro abbordabile; Ci preoccupiamo del giudizio che gli artisti si faranno di noi ; Ci poniamo il problema di come ospitarli al meglio, dove portarli a pranzo, a cena, a dormire (… per il pranzo con i Tuxedomoon nel 2006 chiamammo addirittura un catering: sembrava la fiera della gastronomia pugliese, un buffet di quelli che neanche ai matrimoni… ); Stiamo sulle spine per ore e ore, mentre si valuta il wattaggio complessivo (il concerto è organizzato senza un gruppo elettrogeno, ma pensiamo di farcela, anche se salta la luce varie volte nel corso del pomeriggio, tra le imprecazioni di Angelo Lo Sasso al mixer e le paure del management). Per noi, insomma, ospitare una band come i Brainville 3 è una questione di cuore. Lo si vede dai volti, dagli sguardi delle persone accorse dall’entroterra delle Murge pugliesi, dal Salento.

 BRAINVILLE 3, TARANTO 05.04.08 002Con due ore di anticipo arriva un signore, tale Giovanni Turi, da Noci (provincia di Bari). Ha un sacchetto di cellophane in mano, stracolmo di vinile d’epoca. Chiama gli artisti e li mette subito al lavoro. Tutti ad autografare i suoi cimeli. Dopo pochi minuti c’è la fila dietro di lui. Sono decine le persone che hanno avuto lo stesso pensiero. Arriva Franzi Baroni (Studio 100 TV), con tre chili di dischi (“stavo per vendermeli, perché li ho ricomprati tutti in cd, ma ora che me li faccio autografare non li vendo più”). Gli appassionati tirano fuori 45 giri, LP a tiratura limitata che nemmeno Hugh Hopper ha mai visto. Dischi dei Gong e degli Henry Cow dimenticati da Dio e dagli uomini. Roba da matti.

Gli artisti maneggiano questo materiale con stupore. A un certo punto arriva un giovane che tira fuori “Rock Bottom” di Robert Wyatt, il capolavoro dei capolavori, l’Essenza del genere Canterbury-psichedelico. Se lo fa autografare da loro proprio mentre un d.j. preposto in sala introduce “Alifie”, vertice intimistico del disco. E’ un d.j preparato, sta alternando divagazioni progressive note e meno note, dai Caravan ai Soft Machine, dalle produzioni di Daevid Allen della prima ora sino a quelle dei Brainville odierni. Il tutto mentre Richard Sinclair gira anche lui per la sala, saluta tutti (ormai è uno di noi)…  si siede in un angolo a suonare la chitarra in un’atmosfera indefinita ma emotiva, irradiata da una luce di lampadari da ristorante ma felicemente allucinogena grazie al felice sottofondo sonoro.

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Chris Cutler, Brainville 3, 05.04.2008, Taranto, Nautilus (Giuseppe Basile © Geophonìe)

Chris Cutler, poco prima di essere circondato dal pubblico, apre una cassettina e ci dà una trentina di dischi che sistema su un tavolino. “Ma chi li vende?” – Chiediamo noi.
“You sell. It’s good” . Ci risponde con naturalezza. “Ma non ci sarebbe una ricevuta da emettere? Non è che passiamo i guai stasera?” “It’s good”, replica Hugh Hopper ridendo, e vanno via. Dopo pochi attimi tutta la folla passa in rassegna davanti a noi, sedicenti venditori di cd improvvisati e felici.

“Ma a quanto dobbiamo venderli?”, chiediamo.
“Questi a 11, e questi a 15. Anzi, facciamo tutti a 15”, dice Daevid Allen. Alla fine della serata gliene avremo venduti una trentina.

La folla incomincia ad affluire sulla terrazza, arriva Francesca Fiordiponti, imponente ed elegantissima, la coraggiosa animatrice dei caffè letterari domenicali, esperimento più unico che raro che valorizza slanci e propositi di riscatto della nuova Taranto. I suoi happenings di successo stanno contribuendo a ridare visibilità a un tessuto sociale e intellettuale formato da autori, artisti, scrittori e politici permeato da una nuova vitalità e che sembrava in via di estinzione.
Arriva la bella Sabrina Morea di “Fuoritempo dischi”, che si accinge a presentare Richard Sinclair sul palco per un improvvisato opening del concerto degli amici Brainville. Richard eseguirà “What’s Rattlin”, con quella sua solita discrezione, sempre dolce e gioviale con il suo stile sognante e perennemente poetico. Il flusso dei partecipanti diviene più rapido, arriva Arturo Russo, fotografo onnipresente a tutti i concerti della storia jonica da 30 anni ad oggi, armato di due zoom da guerra, poi Massimo Farese (Blustar TV, voce storica di Radio Taranto 102,5 Mhz), infine i giovani, quelli che suonano un po’ ovunque, dalle cantine ai palchi della nostra piccola scena locale. Antonio Ripa (ex bassista dei Visionary Flowers), Antonio Cascarano e Marcello Finocchiaro (Taranterbury Sound) e tanti altri.

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Hugh Hopper, Brainville 3, 05.04.2008, Taranto, Nautilus (Giuseppe Basile © Geophonìe)

Dal Salento giunge un gruppo di promoters che propaganda il concerto di Tom Verlaine a Lecce il 12 aprile, con la partecipazione del new waver italiano Federico Fiumani dei Diaframma, disseminano locandine e volantini in tutta la sala. Trent’anni fa Tom Verlaine e i suoi Television suonavano al CBGB’s di New York con Patti Smith e le avanguardie punk new wave dell’epoca. Ora, alla vecchiaia, sono tutti di casa da noi. Meglio tardi che mai.

Il concerto si apre in modo duro e frontale. Daevid Allen inginocchiato per terra alla Hendrix propaga suoni caotici con una marea di effetti elettrici mentre Chris Cutler parte con una batteria noise, senza schema ritmico, come a voler fare scempio delle regole armoniche.

Un disordine rumoroso, un’anarchia artistica. Daevid Allen si alza e intona una melodia vocale straniante e indefinibile, una nenia cacofonica, un bla-bla dadaista, ebete, delirante, senza senso. Appena inizia a cantare in quel modo viene da pensare a Sun Ra.
Il mitico guru della free improvvisation dichiarava “di essere nato in un certo punto dello spazio, per raggiungere il quale bisogna andare verso la stella polare, poi svoltare a sinistra e procedere per molti milioni di anni luce”, sembrava un pazzo. Una sera a Milano negli anni 70, mentre la sua Arkestra era impegnata in una bollente improvvisazione informale, alcuni ragazzotti armati di strumenti vari si accalcarono sotto il palcoscenico e cominciarono ad “accompagnare liberamente” i collaboratori di Sun Ra. Era l’epoca della musica politica e del “siamo tutti musicisti”. Per qualche minuto lui li lasciò fare, poi li cacciò urlando: “Non sapete quanta preparazione, quanto ordine e quanta disciplina richieda la free improvvisation”, disse.

La partenza dei Brainville è così, confusionaria, con suoni spinti, giri di basso incessanti e ritmiche free chiassose e dissonanti. Il concerto poi si incanala su questi ‘schemi’, Daevid diviene progressivamente più accessibile, dialoga col pubblico interpretando in modo teatrale “Who’s Afraid”, esegue la “Hope For Happiness” dei Soft Machine, scatena nuovamente il caos con “Ocean Mother”, mentre Chris Cutler brano dopo brano prende le redini del concerto dal retro della sua batteria. Il suo apporto è devastante. “Hanno fatto male a prendere Chris Cutler alla batteria, li sta oscurando” , dice uno del pubblico. I suoni che emette sono pazzeschi, sembra custodire l’essenza sonora del progressive, ma al tempo stesso quell’essenza lui la stravolge, sembra volerla violare. La ritmica è sempre asimmetrica, i cambi di tempo sono continui, ma vengono al tempo stesso ‘disturbati’ da colpi di charleston e di grancassa che sembrano voler rompere perfino quelle asimmetrie già così anomale, si sovrappongono ad esse come suoni molesti, come intrusi sulla base ritmica.

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Daevid Allen, Brainville 3, 05.04.2008 Taranto, Nautilus (Giuseppe Basile © Geophonìe)

Non è semplice spiegare con parole il suono di una batteria. Quello di Chris Cutler è un concerto a sé stante, un singhiozzo ritmico incontrollato, un’alternanza di momenti di lucidissima razionalità a improvvise variazioni sul tema solo apparentemente irrazionali. Un disordine meditatissimo, emozionante. A metà concerto improvvisamente Chris introduce un brano con una rullata pazzoide, lunga e tirata, sembra la parodia di un ritmo bellico, di una marcia militare eseguita con sfrontata irriverenza e furia, suonata in una sorta di trance autistica. Daevid Allen frattanto parte con le sue nenie elettriche stranianti, con quella faccia da alchimista inquietante, solletica le corde con un ciondolo metallico per svariati minuti, producendo una sorta di tormento elettrico, lieve ma continuo, ipnotico. Tira fuori vari altri oggetti che utilizza per queste sue sperimentazioni sonore , mentre Hugh Hopper sostiene con le sue partiture di basso i funambolismi inconcepibili dei suoi colleghi.

Ci avviciniamo a Chris Cutler per provare a immortalarlo con qualche scatto mentre suona: ci guarda fisso, gli occhi piccoli, lo sguardo perso nel vuoto ma al tempo stesso appare concentratissimo. Suona con emotività.
Dice Marcello Nitti: “E’ uno dei più grandi e nessuno lo sa. Quando suona sembra che da una parte ci siano tutti i più grandi batteristi del mondo e dall’altra parte c’è Chris Cutler, come categoria a parte. Nessuno suona così”.
“Non ho visto i Van Der Graaf Generator la settimana scorsa in Toscana, ma stasera ho visto qualcosa di pari livello”, dice un altro.
Come i Van Der Graaf, cioè il top assoluto e inarrivabile del progressive. Non esiste complimento che possa giungere più gradito agli organizzatori. Come i Van Der Graaf. Stasera Taranto ha vissuto un momento di gloria.

“Hanno fatto un concerto radicale. Nessuna concessione all’easy listening, nè ai brani storici. Nessun revival. Coraggiosi e irremovibili, ma soprattutto, creativi”, dice la gente del pubblico, sulle prime disorientata, ma poi perfettamente calatasi nella logica del concerto.
Una logica rara a vedersi dalle nostre parti, una rarità. Il pubblico ha capito la performance, l’ha apprezzata.

Brainville_3__nautilus_taranto_026Mentre la folla defluisce accade che un piccolo dettaglio, in fondo neppure così importante, si appresti a divenire il ricordo ibrido di una serata musicalmente gloriosa.
La mente umana è fatta così: archivia immagini, ricordi, circostanze curiose che assurgono poi a emblema di vicende più grandi e divengono il riferimento mnemonico che la nostra memoria utilizzerà per rievocare il ricordo complessivo.
Ce lo ricorderemo anche noi per questo dettaglio. Daevid Allen, mentre saluta e si intrattiene con la folla e i tecnici, appena sceso dal palco, improvvisamente si accorge di aver perduto il suo cappello. Lo aveva appeso al microfono e mentre il flusso della folla cresceva in direzione dell’uscita, qualcuno deve aver avuto la stupida idea di sottrarglielo.
Si mette a urlare, si dispera, raccoglie nervosamente la sua roba sul palco, chiude, sbatte, gesticola nervosamente. Una goliardata tipica di una cultura superatissima, un gesto idiota. Marcello Nitti gli regala il suo cappello e Daevid sembra ritrovare il sorriso. Se lo mette in testa e appare rinfrancato da questo gesto di semplice solidarietà. Il giorno dopo, però, prima di partire dice: “Era un regalo che avevo tenuto con me per molti anni, l’unico ricordo di una persona che ho amato moltissimo. Adesso questo amore è finito definitivamente oggi, a Taranto”. Lo dice con amarezza. Per scusarci ancora, nella stessa mattina gli facciamo dono di un altro cappello, anche se gli va grande, ma giuriamo che faremo di tutto per restituirgli quello che gli è stato sottratto, a costo di farglielo rifare tale e quale.
Nessuno può incrinare la passione profonda, l’affetto, l’ammirazione che nella nostra città nutriamo per questi artisti e per la loro musica. Abbiamo assistito a un evento mitteleuropeo sulle coste del Mar Jonio. Non sarà certo uno stupido dettaglio a oscurarlo. La nostra positività farà sì che quel dettaglio sia rapidamente rimosso e trasformato in un ricordo affettuoso, anche per Daevid.
A Chris Cutler diciamo: “Possiamo inviarti alcune fotografie?” Lui risponde: “Grazie, non vi preoccupate. Tenetele per voi. L’essenziale è che voi le abbiate fatte, mi ha fatto piacere essermi prestato per questa vostra passione, sono contento che voi siate felici delle vostre foto”.

Giuseppe Basile © Geophonìe.

 

 

 

 

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