80 NEW SOUND, NEW WAVE. La recensione di Ondarock

Titolo: 80, New Sound, New Wave – Vita, musica ed eventi nella provincia italiana degli anni 80
Autori: Giuseppe Basile, Marcello Nitti
Edizioni: Geophonie, 2007

Parlare di Taranto, negli anni 2000, pare azione quanto mai impavida e, nella maggior parte dei casi, carica di sdegno, per le tristi vicende politiche che, negli ultimi due anni, hanno restituito l’immagine di una città segnata dal “tutto da perdere”, anche per chi ancora nutrisse qualche speranza di riscatto da un eco-mostro siderurgico e da amministrazioni in assoluta discesa etica e culturale.
Le risposte, oggi, potrebbero essere riassunte in una sola, mortificante parola: fuga. Esaurita ogni energia positiva, la popolazione più giovane rinuncia alla riedificazione di un fantomatico “nuovo”, per proiettare le proprie ambizioni in territori nazionali e internazionali dotati degli elementi basilari per una più semplice forma di sopravvivenza.
Le città portuali, sin dai tempi più remoti, portano con sé l’afflizione di un costante contrasto tra bellezza spudorata, legata alla peculiarità del mare, e degrado sociale. Quasi per una sorta di incantesimo, le identità divengono drammatiche, esasperate, a volte grottesche, i movimenti arroccati su di un’orgogliosa identità di “classe”, i fenomeni di costume rigettati a priori, oppure anticipati, anche rispetto ai grandi centri di là a nord. Tutto ciò che accade, si dispiega, in questo tipo di centri, in maniera spesso del tutto singolare, nel bene e nel male.

Giuseppe Basile e Marcello Nitti, affondando le mani nelle acque torbide, oltraggiosamente e più volte rimescolate da personaggi di dubbia umanità (ché, a volte, i cattivi paiono i “deformi” di una civiltà aliena), operano paziente e meticolosa azione di pulizia, per restituirci una galleria che, procedendo attraverso il flashback visivo e verbale, a noi trentenni divoratori e ricercatori di suoni, pare un “ritorno al futuro” che agogniamo sin dall’adolescenza, tanto per la nostalgia di un’infanzia incuriosita dalle note gommose di una “Don’t You Want Me?” e dal brividino sulla schiena di fronte ai frames di un Robert Smith chiuso nell’armadio di “Close To Me”, quanto per la desolazione di un presente “musicale”, un movimento di intelletti, volontà, abnegazioni assolutamente da costruire in prima persona.

“80, New Sound, New Wave”, è una micro-storia di vittoria sui tempi, uno strabiliante documento di intuizione di quella che, per i più, sarebbe diventata una moda, vissuta nelle sue forme più vistosamente esteriori, un sentire comune rispetto a quella fascinosa weltanschauung che sottendeva a un’espressione musicale in rotta con le singole sfaccettature delle epoche precedenti.
Partendo dalla scena locale, l’elogio del telefonino veniva sostituito dalla sperimentazione con il synth, mutuando dagli anni 70 l’afflato più minimale, futuristico e glaciale.
Questa piccola comunità di ambiziosi mutanti inizia a muoversi intorno alla figura di due band dalle discrete fortune, i Central Unit e i Panama Studios. Tute metalizzate, trucchi iridescenti, pose provocatorie nella forma, David Bowie, Kraftwerk, Talking Heads, Devo, Pere Ubu, nella sostanza. E come da una fertile progenie, iniziano a fiorire altre realtà che vanno specificandosi in morfologie legate, invece, al movimento dark tout court (Bauhaus, Siouxsie and the Banshees, Cure), come i Lilith e i Vena.

Il centro del tutto è una piazza, un negozio di dischi e uno di abbigliamento. Le conversazioni, gli scambi di materiale, la condivisione avvengono vis à vis o, al massimo, attraverso quella accettabilissima comunicazione via etere costituita dalle radio libere, con alcuni, illuminati speaker che si fanno portavoce di queste nuove espressioni musicali.
Il bisogno di vivere da vicino l'”evento”, non solo per evitare la noia di centinaia di chilometri da macinare in auto, ma quale forma di naturale espressione di un circuito sociale e culturale che si era guadagnato ogni rispetto nelle piazze più “alternative” del paese, fa sì che si superi la fase di temerarietà propria dei principianti, per osare ciò che oggi pare impossibile: Bauhaus, New Order, Simple Minds, Ultravox, Cult, The Sound, Siouxsie and The Banshees e Style Council, in una manciata di anni dal 1982 al 1987.

Oggi, usufruendo di quel che resta di un territorio inginocchiato, mentre passeggiamo sulla battigia, riesce a materializzarsi la figura di Bernand Sumner che, dopo il glorioso concerto in città, resta folgorato dalla limpidezza dell’acqua jonica sino a scriverne in “The Beach”. Oppure, recandoci in auto alle ormai elitarissime dance hall indie-rock, ridiamo in faccia alle sbarbine vestite di bianco, in fila davanti alla discoteca Canneto, ripassando con la memoria visiva le foto di Siouxsie di rosso vestita che, nello stesso posto, più di vent’anni fa, riuscì a mettere all’angolo una clientela ordinaria e snob. E caricando nelle nostre playlist i Sound, quasi ci imbarazza appartenere a una generazione che scavalca la consolle per domandarci “che fighi… chi sono questi?”.

Il senso del nostro ritorno al futuro, del nostro viaggio a ritroso in un passato di cui custodiamo una memoria bambina, della speranza che giunga una nuova onda capace di battere sui tempi il resto del paese, dandoci la forza di restare, è tutta lì: nelle foto di Peter Murphy che gioca a tennis sui campi del “tempio” Tursport, crocevia e cuore di queste vicende, nell’immagine di Siouxsie che boccheggia come un pesce provocando gli astanti del Canneto, nello sguardo carico di ogni emozione di Adrian Borland, nella libertà degli uomini di usare l’eye liner per andare a ballare alla discoteca rock “Penthouse”, apripista del felice susseguirsi di eventi in quel quinquennio.

Operazione nostalgia? Potrebbe darsi. Ma la nostalgia ha il gran pregio di recare con sé la memoria, di ricordarci quanto la storia non segua un percorso necessariamente lineare, né sempre accidentato, e quanto, a volte, possano nascondersi delle piccole gallerie di intoccabile valore anche nelle pieghe di minuscoli centri urbani, sventrati selvaggiamente dalla miseria culturale degli “alieni deformi”, ma scelti dal Caso per la caduta prima di strabilianti meteoriti.

“Torneranno i tempi (?)” (cit. riveduta e corretta).

Mimma Schirosi © Ondarock

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