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Jefferson Starship Galactic Reunion, Salò (BS, Italy), 15.07.2005 (Giuseppe Basile © Geophonìe)

Le recensioni sono difficili da stilare quando c’è di mezzo il cuore. E per chi non ha mai visto, prima di quest’estate, un’esibizione degli antichi Jefferson Airplane, perseguire l’obiettività diviene impresa ancor più ardua. Si è consapevoli di assistere a una performance che dispenserà solo briciole di magia e scampoli della loro arte originaria, ma farsi delle illusioni e nutrire certe aspettative, vista la rarità di un tale evento, è una debolezza legittima: il concerto è l’ultimo della tournee italiana con la quale si è celebrato degnamente il quarantennale della Summer Of Love e la performance vedrà il contributo di altri prestigiosissimi artisti della scena di San Francisco (Country Joe McDonald, Tom Constanten dei Grateful Dead, David Freiberg dei Quicksilver).

A Salò, in verità, mancano i Big Brother & The Holding Company: le uniche date in cui si è potuto assistere allo show completo previsto per la commemorazione sono state quelle di Porto S.Elpidio e Salerno, mentre a Genova, Pistoia, Udine, le varie formazioni non si sono esibite, contestualmente, tutte insieme. Manca, inoltre, Marty Balin degli stessi Jefferson, che ha disdettato l’impegno italiano nell’imminenza della tournee. Niente di grave, sono solo dettagli, pensano i fans, desiderosi di ascoltare “Have You Seen The Stars Tonite” e per i quali tutto il resto non conta.

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Country Joe McDonald, Salò, 15.07.2005 Giuseppe Basile © Geophonìe

Si parte con la simpatica introduzione di Country Joe McDonald, prima da solo e poi accompagnato dagli altri, che intona qualche traditional,  regala al pubblico “For What It’s Worth” dei Buffalo Springfield e la sua immortale “I-Feel-Like-I’m-Fixin’-To-Die-Rag”, con l’immancabile “datemi una F, datemi una U … What is the spell ? FUCK!” che il pubblico attendeva. Si procede con Tom Constanten al pianoforte che sembra voler intrattenere il pubblico in modo un po’ improvvisato (frattanto, tutti i Jefferson si sono già avvicendati sul palco, eccetto Paul Kantner … ma è sicuro che c’è?), e suona “Cold Rain And Snow”, canta in perfetto italiano “Volare” di Modugno, ma tiene il pubblico sulle spine, nonostante la sua gioviale e rasserenante presenza scenica.

Terminato il suo mini show, c’è già una pausa con manovre tecniche, accordature, montaggi e altro, ma finalmente entrano sul palco i Jefferson Starship, con Diana Mangano in una forma smagliante che canta “Sunrise”, “Hijack”, “Have You Seen The Stars Tonite” e “Starship” una dietro l’altra. La suite è mozzafiato, anche se manca l’atmosfera mistica che dovrebbe accompagnare tali grandezze musicali: il palco è illuminato a giorno come a una festa dell’Unità, Paul Kantner non entra immediatamente con gli altri, ma li raggiunge durante l’esecuzione di quei brani, si accorda la chitarra mentre gli altri suonano, sembra stanco, scontroso. “Speriamo bene”, mormora il pubblico: è l’ultima serata italiana, del resto, e conclude una serie di date in cui la band deve essersi strapazzata abbastanza (tra Udine e Salerno, Porto S.Elpidio, Genova e Pistoia: insomma, hanno anche un’età!).

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Paul Kantner, Salò (BS, Italy), 15.07.2005 – (Giuseppe Basile © Geophonìe)

Il concerto, comunque, dopo queste incertezze iniziali decolla, merito soprattutto di Diana Mangano che attira l’attenzione del pubblico dispensando sorrisi psichedelici e vitalità, con la sua energia, i suoi sguardi radiosi, le pose da dea hippie e numeri da spettacolo anni ’60 (vaga su e giù per il palco, fa una verticale mentre Prairie Prince si lancia in un assolo di batteria, mani per terra e piedi in aria). La serata comincia a salire di tono e il pubblico si fa avanti, sotto il palco. La sequenza dei brani, del resto, non ha eguali nella storia del rock e non teme confronti: “Get Together”, “When The Earth Moves Again”, Greasy Heart”, “All Fly Away”(da “Dragonfly” dei Quicksilver) . Si arriva a “Crown Of Creation”, “Pride Of Man” cantata da David Freiberg, sino agli uragani psichedelici che Mr.Kantner, ormai perfettamente ambientatosi sulla scena, riesce a propagare nell’etere di una piccola aiuola di Salò, come se fosse di fronte a spazi cosmici smisurati. “Eskimo Blue Day”, “Wooden Ships”, “White Rabbit”, “Ballad Of You & Me & Pooneil”, intervallate da “Jane” e “Who Do You Love”, quest’ultima interpretata da Freiberg.

Il finale è da infarto, con Diana Mangano ormai fuori misura che scatena l’euforia collettiva con “Somebody To Love” e “Volunteers”. Con l’uscita di scena del gruppo, i tecnici di Salò pensano sia tutto finito e staccano la corrente, ma il pubblico non vuole saperne. Paul Kantner richiama sul palco Diana e David Freiberg e intrattiene il pubblico prima cantando con loro (senza microfoni e con la chitarra spenta) un improvvisato unplugged di “The Other Side Of This Life”, di Fred Neil/Harry Nillson, poi firmando decine di autografi ai fans più affezionati, nella commozione generale.

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Diana Mangano, Jefferson Starship, Salò (BS, Italy), 15.07.2005 – Giuseppe Basile © Geophonìe

Nonostante le imprecisioni, anche nella resa di alcuni brani, il gruppo ha dimostrato di saper ancora sfoderare e diffondere la propria spiritualità e quel senso di libertà che è completamente scomparso nei concerti di oggi, imprigionati in cliché precostituiti che condizionano anche le forme espressive, il modo stesso di tenere il palco. I Jefferson sembrano invece intercambiabili nei ruoli, passano liberamente dalle dolcezze country agli uragani elettrici, avvicendandosi con mogli, figli, bambini sul palco che passeggiano tra gli strumenti, e alternandosi nella conduzione dello spettacolo con i colleghi di scena, talvolta seduti a guardare, talaltra partecipi del rito collettivo.

Lo spettacolo è fondato sull’Armonia, quella che nasce da una libertà artistica superiore che si estende sino a ricomprendere errori tecnici, sfasature ed umane stanchezze. Il cerchio della Summer Of Love italiana, dunque, si chiude (proprio a Salò, dove lo scorso anno si era esibita l’altra parte dei Jefferson, gli Hot Tuna di Jorma Kaukonen e Jack Casady) con la rassicurante conferma che i nostri eroi sono ancora saldamente insediati nell’empireo dei grandi grazie all’universalità della loro arte musicale che ha travalicato il suo tempo.

Giuseppe Basile © Geophonìe